Tra le domande che ci chiedete spesso agli eventi ci sono le definizioni che leggete in giro nel mondo lontano dal Birrabus.
Oggi allora ci tuffiamo nelle acque torbide della birra industriale per smascherare qualche mito e scoprire la verità dietro le etichette luccicanti e le promesse seducenti.
Mais e riso come ingredienti “speciali”
Una bugia della birra industriale che rischia di screditare anche chi fa birra di qualità. Quando leggete l’etichetta potreste trovare ingredienti come mais o riso. Ma come, non dovrebbe esserci solo malto d’orzo? Be’ sì, il malto d’orzo è l’ingrediente tradizionale e nobile, e per alcuni stili tipo le bitter inglesi, poi, è l’anima vera e propria della birra!
Ma il malto costa!
Mais e riso invece si trovano generalmente a bassissimo costo e, diciamocelo, quando sono economici non aggiungono molto alla birra. Portano zuccheri ma nessun sapore e zero corpo. Sono lì principalmente per diluire il tutto e ridurre i costo di produzione.
Occhio però che nel mondo artigianale ci sono casi in cui vengono usati cereali diversi per una ricetta precisa. Il birrificio Croce di Malto di Novara, con cui collaboriamo fin dalla nostra nascita, usa ingredienti locali come il riso venere nella loro imperial stout Piedi Neri, oppure il pregiato riso rosso Ermes nella loro RUS, una bitter con aromi introvabili da provare assolutamente se siete amanti del genere!

Luppolo vero Vs. Estratto di luppolo
Parliamo di luppolo, l’altra anima della birra. Mentre la birra artigianale usa spesso luppolo fresco o in pellet, alcune birre industriali optano per l’estratto di luppolo. Perché? È molto più economico, è più facile da conservare. Però, oh, la differenza di sapore è abissale!
In genere l’estratto viene aggiunto solo per dare una sferzata di amaro, ma senza aggiungere alcun sapore tipico di quell’erba così caratteristica.
E ah, un piccolo spoiler: birre famose con la bottiglia trasparente hanno per forza estratto di luppolo.
Sapete perché?
Perché il luppolo vero si degrada facilmente con l’esposizione alla luce: se in quelle birre ci fosse davvero luppolo, avrebbero un fortissimo odore di puzzola (il famoso difetto conosciuto come “skunky beer”).

Uno, dieci, centomila… Luppoli!
Rimanendo in tema di luppolo, c’è un’altra trovata di marketing che ci fa molto ridere: la gara al numero dei luppoli nelle birre pseudo-artigianali (cioè quelle industriali che però vogliono strizzare l’occhio a chi cerca qualcosa di meglio e ti raccontano la rava e la fava per farti credere di essere birre di qualità).
Alcuni marchi si vantano del numero di luppoli diversi che usano. “Hey, abbiamo usato cinque tipi diversi di luppolo!” Ok, suona impressionante, ma in realtà, una birra buona non si misura dalla lista degli ingredienti, ma da come questi sono utilizzati. Più luppoli non significa necessariamente una birra migliore; dipende da quali sono, dalla quantità utilizzata, dagli aromi che si vogliono ottenere.
Fun fact: correva il 2015 quando Cr/ak fece uscire una provocatoria birra con 48 luppoli. La Guerrilla 48 venne brassata in edizione limitata proprio come protesta verso le pseudo-artigianali che sbandierano il numero di luppoli solo come mossa di marketing.

Il top della presa in giro: Cruda, Non Filtrata e Filtrata a Freddo
Questi termini tecnici che figurano sulle etichette di molte birre industriali sembrano indicare un processo produttivo superiore o più naturale, ma in realtà sono parole senza un reale riscontro sulla qualità.
Non filtrata e Cruda: due facce della stessa (finta) medaglia
Birra non filtrata significa solo che è torbida – e quindi sembra artigianale – o c’è anche altro dietro?
Magari è vero che non passano dal filtro, ma chi ci dice che non sono state pastorizzate? E la pastorizzazione è un’altra di quelle cose che non fanno bene al gusto pieno e ricco che ci aspettiamo da una bella birra. Infatti nel disciplinare per la produzioni di birra artigianale in Italia, la pastorizzazione è vietata.
Birra cruda invece è un termine ridicolo per per dire che non è stata pastorizzata. Ma nel settore industriale la stabilità e la lunga vita del prodotto è fondamentale per aumentare i guadagni. Quindi, dato che non possono usare la pastorizzazione, ecco che tirano fuori i filtri super fini per togliere i batteri e allungarne la vita (mai notato quanto sono lunghe le “scadenze” della birra industriale?).
Il problema? Questo tipo di filtraggio è così intenso che porta via un sacco di cose buone, tipo gli aromi e il corpo che rendono una birra, beh, fantastica. Il risultato è una birra che sa di molto meno di quello che dovrebbe… tanto valeva pastorizzarle!
“Filtrata a Freddo”: Seriamente?
Questa poi è la migliore: “filtrata a freddo”. Segreto: praticamente tutte le birre industriali vengono filtrate a basse temperature perché funziona meglio così. Dire che una birra è filtrata a freddo è un po’ come dire che il cielo è in alto: vero, ma non ti dice niente di nuovo né di speciale. In realtà, queste birre sono spesso microfiltrate, il che significa che perdono ancora di più in termini di gusto e profumi naturali.
E nella produzione?
Ci sono altre bugie della birra industriale che si annidano non tanto negli ingredienti, quanto nel processo di produzione. Puoi scoprirne alcune all’interno di questo articolo e magari la prossima ti raccontiamo della leggenda della birra doppio malto 😉
